Eragorn

settembre 5, 2007

Eragorn era accampato ormai da giorni sulla Grande Tangenziale, l’mmensa catena montuosa alle spalle di Skakatrezzempkofer, il villaggio dove viveva, all’inseguimento di quella che lui giudicava essere una cospicua mandria di Antilopi Montane Pelose, creature note per il non lasciare alcuna traccia della loro presenza, nemmeno sulla neve. Era l’ultimo giorno a disposizione per la sua battuta di caccia. O riusciava a trovare quella mandria in quella giornata, oppure sarebbe stato costretto ad abbandonare tutto e tornare dalla sua famiglia, senza carne per l’inverno.
Setacciò l’ultimo ettaro della Tangenziale con perizia e verso il calare della sera finalmente trovò delle tracce che erano inequivocabili. Le seguì sino all’apparire della Luna, alta oltre le creste innvevate, ma giunto ormai al suo accampamento dovette tristemente constatare di aver seguito le tracce dei suoi stivali a ritroso. Una vena ironica gli attraversò la mente al notare che le impronte dei suoi stivali, viste al contrario, sembravano quelle delle Antilopi Montane Pelose, o perlomeno sembravano quello che lui pensava fosse la forma delle impronte delle Antilopi Montane Pelose, ma forse era solo la stanchezza che gli faceva pensare quelle cazzate.
Si mise a cucinare l’ultima busta di Fettucine alla Marinara che gli rimaneva e poi si adagiò sul suo modesto giaciglio a contemplare le stelle.
Poi accadde.
Eragorn non riuscì a capire bene cosa, vuoi per la rapidità dell’accaduto o vuoi per il fatto che il ragazzo non brillava certo per il suo intelletto, ma sapeva che quello che era successo non era uno scherzo della stanchezza. Qualcosa, subito dopo un immenso boato, un fischio di un treno, un inno ultrà e una canzone napoletana (cantata con particolare enfasi), lo colpì in pieno volto, lasciandolo stordito a terra con la faccia completamente devastata da terrificanti fitte. Gli sembrava che una di quelle stelle che amava tanto schernire con epiteti quali “massa di gas intestinale” o “cacca celeste luminosa”, si fosse arrabbiata e gli avesse sputato addosso tutta la sua collera.
Solo dopo quelle che gli sembrarono ore, quando in realtà erano 3 giorni, Eragorn si riprese dal colpo.


La forza della determinazione

luglio 13, 2006

E’ iniziato tutto senza preavviso. E senza neanche un motivo apparente.
Gli Alieni ci attaccaro di sorpresa, di notte. Arrivarono dal cielo squarciando le nubi e disseminando panico e morte su tutto il pianeta. Non eravamo pronti ad un eventualità del genere, e chi lo sarebbe? Nessuno avrebbe mai immaginato che un giorno simile sarebbe potuto arrivare. Ma è stato così, ed ora i pochi superstiti si nascondono, fuggono, cercano di riunirsi in piccole comunità che vengono spazzate via una volta individuate. Non so cosa muova quegli esseri, non riesco a capire da dove provenga questo odio verso di noi. Arrivano, sterminano senza un motivo la popolazione, abbattono le nostre città e vi costruiscono le loro strutture metalliche, alte fino al cielo.
Io sono sopravvissuto per puro caso, ma avrei preferito centinaia di volte la morte, piuttosto che vedere i miei cari trucidati e la mia casa distrutta. Quegli esseri abominevoli non hanno pietà e a nulla sono servite le nostre armi più potenti e sofisticate. La loro tecnologia è troppo avanzata rispetto alla nostra.
Siamo condannati. Siamo perduti.
Ed ora sono qui a pensare a queste poche parole, mentre reggo fra le braccia il corpo di mia moglie e mi dispero. Ma forse c’è un motivo per cui sono sopravvisuto, forse il destino ha deciso così per darmi uno scopo. Forse la mia rabbia potrà risollevarmi, almeno per combattere queste creature senza pietà. Dovrei reagire. Dovrei combattere. E l’occasione mi si presenta quasi subito.
Uno di loro è venuto a controllare che in questa zona siano tutti morti. Lo vedo chiaramente, accucciato a pochi metri da me, mentre sta…tagliando a pezzi il mio vicino. Quella creatura orrenda, lo sta aprendo, come se cercasse qualcosa. Non mi trattengo più, urlo tutta la mia collera e mi scaglio sulla sua schiena, infrangendomi contro il loro terribile guscio nero che li rende così difficili da danneggiare. Ma non mi do per vinto, sarò armato solo della mia collera e della mia determinazione, ma a me pare più che sufficiente.
Continuo a percuoterlo senza sosta, i suoi versi gutturali mi arrivano distorti. Lo colpisco dove mi pare ovvio intendere ci sia la loro testa, quel bozzo rotondo in mezzo alle loro due protuberanze laterali, che come una tenaglia mi prendono di peso e mi scagliano a terra. Cerco di reagire, ma ormai è finita. Il terribile bruciore provocato dalla loro arma mi raggiunge il corpo, perforandomi. Ma non deve finire così. Raccolgo le mie ultime forze e mi avvinghio sul cranio dell’essere, scavando con le unghie. Ed ecco che qualcosa succede. Il suo guscio si stacca e mi rimane in mano, la creatura incomincia ad ansimare, come se non riuscisse a respirare, poi stramazza a terra. Immobile.
Nei miei ultimi attimi di vita godo del piacere della mia piccola vendetta e finalmente vedo il vero aspetto di queste creature. Così diverse da noi, con del pelo sopra la testa, due bulbi oculari e una protuberanza centrale con due fori. Ai lati della testa quelli che sembrano recettori di suoni ed infine, sotto la protuberanza, una disgustosa apertura piena di fauci bianche. Ma la cosa più disgustosa che ricordo, prima di morire, è il pallore della loro pelle, così roseo quasi da nausearmi.
Ora mi accascio, le mie branchie smettono di sintetizzare il metano dell’atmosfera e i miei due cuori rallentano la loro corsa. Le tre lune del nostro pianeta, questa notte, non mi sono mai sembrate più belle.


Il Volo della Morte

luglio 13, 2006

Svegliarsi alle 5:00 del mattino, dopo che si è andati a dormire poco meno di 3 ore prima, è un’esperieza che il detective Joshua Mason non augura a nessuno. Gli occhi, pesanti e appiccicosi, non ne volevano sapere di collaborare e la bocca era ancora impastata col gusto del sonno. Oltretutto la nottata appena passata non era stata affatto piacevole. Il balordo di turno aveva creato problemi alla stazione e aveva mandato all’ospedale 3 agenti, prima che fosse ridotto all’impotenza da altrettanti poliziotti incazzati; un duplice omicidio, una prostituta e lo sfortunato marito della signora McGuinnes, l’assasina; ed infine la terribile lite che ha messo fine alla sua storia con la bella Carla Devenson, la cameriera italo americana per cui Mason aveva perso la testa.
Ma tutto quello che era successo la notte prima, al suo telefono non interessava. Se ne stava li, a pochi centimetri dal letto, appollaiato sul comò a squillare e squillare, incessantemente. Ci volle quasi un minuto prima che Mason si decidesse a rispondere.
– Carla…? –
– Detective Mason? – la voce era decisamente troppo mascolina per essere quella di Carla, era grave e calda, ricordava molto di più quella del…
– Tenente Jekkins? – Mason era stupito di sentirlo a quell’ora del mattino, era convinto che il Tenente Jekkins fosse una di quelle persone inadatte alla vita mattutina, lo immaginava correre a casa ad ore prestabilite, effetuare rituali standard per prepararsi a dormire e poi risvegliarsi il giorno dopo, non prima di aver riposato almeno 8 ore filate.
– Si, sono io Mason, mi spiace disturbarla a quest’ora ma… – ad un tratto un boato. Mason faticò a tenere l’orecchio, ancora abituato al silenzio del sonno, attaccato alla cornetta.
– Tenente? Pronto? – il boato piano piano si affievolì, e tra il fruscio indistinto che proveniva dal ricevitore, Mason incominciò a distinguere la voce di Jekkins.
– Si, Mason, mi sente? Dannati aerei di linea è da un’ora che mi stanno assordando! –
– Si trova all’aeroporto? –
– Si, ed è proprio di questo che le volevo parlare. Dovrebbe venire qui al più presto. E’ successo….un omicidio. –
Un omicidio all’aeroporto. Mason non ci voleva credere, non era il suo turno quello e l’aeroporto di Washinghton non era neanche nella sua giurisdizione. Perchè diavolo il Tenente Jakkins aveva chiamato lui?
– Tenente, mi scusi, ma perchè ha chiamato me? L’aeroporto non è nel mio distretto e io non sono neanche in servizio… –
– Mi rendo conto Mason, ma questo è un caso speciale, abbiamo avuto il suo nome dal Detective Mcguire –
Sicuramente quella era la giornata più strana che Joshua avesse mai vissuto, almeno da 5 anni a questa parte. Il Detective Mcguire era una sua vecchia conoscenza, di quando ancora era al distretto di New York. Erano partner ma i loro rapporti si erano irrimediabilmente incrinati dopo il caso della “carrozza degli orrori”, un caso che Mason non aveva voglia di ricordare.
– Il Detective Mcguire ci ha detto che lei potrebbe esserci molto utile per le indagini che stiamo effettuando –
– Tenente…non so cosa dirle, ho dormito appena 3 ore e non credo neanche di poter essere veramente d’aiuto in queste condizioni –
– Lo straordinario le verrà pagato, Detective Mason, e sicuramente al distretto di Washington potrebbero arrivare delle ottime raccomandazioni per la sua richiesta di trasferimento all’ F.B.I. –
Il bastardo ne sapeva di cose. A quel punto c’era poco da dire.
– Mi spieghi cos’è successo. –
– Come le ho detto, c’è stato un omicidio. Su di un aereo di linea proveniente da Philadelfia –
– Capisco. Immagino sia il solito immigrato con ovuli di cocaina ficcati nello stomaco, ci ho preso? – il velato sarcasmo di Mason iniziava a farsi largo tra le nebbie del sonno
– No Detective. La situazione è molto più grave. Sono stati uccisi tutti i passeggeri e l’intero equipaggio. –
– Può…ripetere Tenente? –
– Tutte le persone a bordo sono state uccise, sgozzate. Ma c’è un dettaglio inspiegabile. L’aereo è atterrato alle 4:25, ha effettuato il rullaggio sulla pista sino al suo scalo, ma una volta fermato si è spento completamente, motore, corrente. Vedendo che nessuno scendeva hanno pensato ad un guasto. Alle 4:30, quando i tecnici hanno forzato la porta d’imbarco, hanno trovato tutti i passeggeri ai loro posti, con la gola tagliata, e così anche l’equipaggio. –
– Cristo santo… – Mason aveva i sudori freddi. Quella situazione era identica. Identica al caso della “carrozza degli orrori”, solo che questa volta era un aereo il protagonista, anzichè la carrozza di un treno. Quel caso era rimasto irrisolto, nonostante tutti gli sforzi effettuati da Mason e dal suo collega di allora, Mcguire. Mason non voleva credere di essere davanti allo stesso orrore per la seconda volta e per averne conferma sapeva cosa chiedere.
– Tenente…A bordo non manca nessuno, vero? – per qualche istante del silenzio dall’altro capo del ricevitore
– Non devo darle questa risposta, lo sa già. Ed è per questo che ci serve qui. Subito. –
Mason ne era sicuro. Sarebbe stata una lunga giornata.
– Mi dia mezz’ora –


David e la signora Finnigan

luglio 12, 2006

David si scosse dai suoi pensieri richiamato dall’acuto fischio della teiera che lo avvisava del raggiungimento della giusta temperatura dell’acqua. Si alzò dallo sgabello su cui era seduto e si diresse verso la cucina, in mogano e piastrelle di ceramica bianca, per ultimare i preparativi per il the della signora Finnigan. Alzò la chiusa della teiera metallica giusto per confermare l’ovvio e versò il tutto all’interno della tazza, anche quella in ceramica bianca, appoggiata sul vassoio argenteo e circondata dal restante servizio composto da zuccheriera, porta bustine, un paio di limoni tagliati a metà e un buon numero di biscotti. La signora Finnigan non era una persona troppo pretenziosa, ma per quanto riguardava il the non ammetteva sbagli. Aveva vissuto tutta la sua vita al servizio di altri, e insegnando ad altri a servire altri ancora, ed ora che toccava a lei essere servita le faceva piacere ricevere un servizio impeccabile. Da parte sua, David non era certo un cameriere provetto, anzi tutt’altro. Prima di lavorare per la signora Finnigan, la cosa più simile al servire qualcuno che aveva fatto era stato portare il pranzo quotidiano al cane del vicino per una settimana, sotto esplicita richiesta di sua madre dopo che David gli aveva rotto una finestra giocando a baseball con gli amici. Anche se il cane del vicino assomigliava particolarmente alla signora Finnigan, servire il the e portare la pappa non erano per niente la stessa cosa.
Prese il vassoio, lo appoggiò delicatamente su di un carello in legno, ed incominciò il suo viaggio che lo conduceva dalla piccola cucina sino alla soleggiata veranda, dove ogni giorno alle 5 in punto, Agatha Finnigan lo attendeva.Era ormai un mese che David lavorava li, teneva in ordine il giardino, buttava via la spazzatura, dava una ripulita dalla polvere e soprattutto, serviva il the, ed il motivo per cui faceva tutto questo era presto detto: la scuola era finita in maniera deludente, troppe F nelle varie materie per permettere a David di essere promosso, e così sua madre, dell’idea che un po’ di responsabilità e di doveri non avrebbero fatto male al ragazzo, aveva contattato la persona che secondo lei era la più appropriata per insegnare al figlio questi concetti: la signora Finnigan, appunto. L’anziana signora era stata al servizio della famiglia di David per anni, quando ancora sua madre era poco più di una bambina, e anche quando smise di praticare la sua professione era rimasta in buoni rapporti con loro, tantè che David la considerava una specie di Zia, una di quelle che ogni volta che si vanno a trovare ti offrono caramelle o biscotti e ti strizzano la guancia per dirti quanto sei carino.
– E’ permesso? – David bussò moderatamente alla porta che dava sulla veranda.
– Ma certo, caro, entra pure –
David dovette socchiudere gli occhi mentre entrava in veranda, la luce del sole filtrava direttamente dalle vetrate poste davanti a lui illuminando l’intera stanza. Le quattro grandi porte finestre disposte a semicerchio mostravano il modesto giardino della villa e abbracciavano il resto della camera arredata da piante, un piccolo caminetto con sopra un orologio in stile barocco ed il quadro di un uomo vestito in modo ottocentesco, un pavimento marmoreo di un colore bianco panna e un tavolino con quattro sedie in vimini poste al centro, una delle quali occupata dalla signora Finnigan. Come ogni pomeriggio David la trovava seduta a quella sedia, rivolta con lo sguardo verso le vetrate, i capelli argentei raccolti in una retina e fermati da una lunga spilla da balia e il vestito scuro che le dava l’aspetto di una vecchia matrona vittoriana. David si chiedeva sempre cosa facesse in quella stanza. Mentre lui riassetava camere e giardino lei era sempre li, non un libro, della musica, o qualche altro tipo di intrattenimento a farle compagnia. Si chiedeva come riuscisse a starsene li senza far niente praticamente per tutto il pomeriggio, ma alla fine si rispondeva che non erano affari suoi di come la zia Agatha disponeva del suo tempo. Si richiuse la porta alle spalle e si avviò verso il tavolino. Era quasi riuscito ad arrivare quando da dietro un vaso, nascosto dalle piante, il grosso gatto Patsy gli saltò addosso, facendo tintinnare tutto il prezioso carico del servizio da the.
– Patsy! – esclamò la signora Finnigan in un tono tra il severo e il divertito – Non si preoccupi signora Finnigan – replicò David mentre cacciava dal carrellino l’animale – Ormai è praticamente un gioco per noi, non è vero Patsy? – di tutta risposta, il vecchio persiano dal pelo nero, soffiò con forza al ragazzo.
– Devi scusarlo, David. Lui è sempre molto protettivo nei miei confronti, sembra quasi un marito geloso piuttosto che un bel micione da compagnia – David raggiunse il tavolino e dispose su di esso il servizio da the, concludendo così la sua giornata lavorativa.
– Grazie figliolo, sei sempre più bravo, come farò quando le vacanze estive finiranno? – disse sorridendo la zia Agatha.
– Non saprei, ma di sicuro il the che berrà sarà sicuramente più buono –
– Oh, non dire sciocchezze, non è certo del the che mi preoccupo, ma della tua buona compagnia – David si sentiva un po’ confuso, in realtà escludendo l’ora del the e al mattino quando arrivava, lui e la zia non stavano praticamente mai insieme a parlare, e quindi non si poteva certo dire che lui fosse di compagnia.
– Veramente, non mi pare di essere molto di compagnia… –
– E’ per il fatto che sei più in giro a riassettare che qui con me? – David annuì – Ma è proprio il tuo scorrazzare per la casa che mi fa compagnia, sai? Ogni rumore, ogni vibrazione che tu produci, arriva qui e mi allieta più di una chiacchierata su argomenti che, di sicuro, a nessuno dei due interesserebbero. –
Dunque era così, era quello che faceva la signora Finnigan per tutto il pomeriggio? Ascoltava tutti i suoi movimenti in giro per la casa?
David non riusciva a pensare a niente di più noioso.


Cronache della Foresta : La Sentinella del Crepuscolo

luglio 12, 2006

La giornata era iniziata in modo strano. La giovane Elfa di nome Elynna non era abituata ad addentrarsi troppo nella foresta, ma quel giorno non aveva potuto farne a meno. La Foresta, pur essendo la sua casa naturale, le aveva sempre suscitato del timore, ricordava delle storie degli Anziani che raccontavano di come fosse lei a permettere agli Elfi di abitarvi e quest’immagine, di una Foresta viva e con una coscienza, l’aveva sempre intimorita.
Ma il suo rango non le permetteva proprio di avere questi sciocchi pensieri. Lei era quella che chiamavano una Ha’Dynai, la figlia di un Dynarey, uno dei 13 Fratelli della Corteccia, la congrega a capo della comunità Elfica, e in quanto Ha’Dynai era giunto per lei il momento di effettuare il Battesimo della Foresta, la cerimonia sacra durante la quale sarebbe diventata un Ler’Heshe. Una Sentinella del Crepuscolo.
Per questo Elynna non doveva temere la Foresta e i suoi segreti, perchè in quanto Ler’Heshe sarebbe diventata custode di quei segreti, e avrebbe consacrato la sua vita in loro difesa.
Ma era più forte di lei. Le sue sensazioni andavano oltre i timori di un bambino spaventato da antiche storie, e i sussurri che avvertiva nella notte non erano certo frutto di illusioni. Elynna sentiva che la Foresta la stava chiamando e questo la metteva a disagio col suo compito. Mentre i primi deboli raggi del sole tagliavano la bruma mattutina, Elynna era ancora assorta in questi pensieri che l’avevano tenuta sveglia la maggior parte della notte.
Si alzò snella dal suo giaciglio di foglie, il corpo asciutto e pallido in contrasto con i lunghi capelli neri come la notte raccolti nella tipica treccia, fermati da un osso di Zar’khè, i grandi demoni del passato sconfitti dagli Elfi. Raccolse le sue cose dall’incavo nel tronco dell’albero a fianco del quale aveva dormito e si mise a scrutare la vegetazione intorno a se, con i suoi occhi porpora. Gli occhi abituati a scrutare nel crepuscolo, insieme ai lunghi padiglioni auricolari che captavano anche i suoni più lievi, fornivano ad Elynna una perfetta visione dell’ambiente circostante, fatto di piccoli insetti e nient’altro, per ora.
Ma Elynna sapeva che più si sarebbe addentrata nella Foresta, più sarebbero stati i pericoli che avrebbe dovuto affrontare. Ad ogni passo che faceva i Figli della Foresta diventavano più numerosi e più pericolosi.
Elynna non sapeva cosa l’avrebbe attesa nel Rin’Le, il Cuore della Foresta, ma sapeva che qualunque cosa fosse la stava aspettando. Si mise il leggero arco sulla schiena, infoderò la sua Lama Lunare e strinse i legacci della sua sacca.
La destinazione era ancora lontana, e il cammino non doveva interrompersi.


Jedi’s Tails

luglio 12, 2006

– Grant Dust! Non penserai di cavartela così, vero? –
Calo Nord era davanti a me, insieme ai due Gamorreani che lo seguivano dappertutto. Era un uomo privo di scrupoli e pensava solo al profitto personale, tutto nella stazione mineraria di Rothan era suo, dalla più grande scavatrice termitica…..a me.
– Lasciami andare Nord, è meglio per tutti. – La risposta fu solo una fragorosa risata.
– Oh, ma certo Grant, prego! Prendi pure la mia navetta e vola via da questo orribile posto – La recitazione era pessima. Calo Nord si divertiva, crogiolandosi nel suo cinico sarcasmo.
– Volente o nolente, io ora prenderò quella nave, Calo, e tu non mi potrai fermare. –
Era furioso. Nessuno si era mai permesso di parlargli in quel modo. La sua fama d’altronde lo precedeva, Calo Nord era considerato il Mandalore, il Re indiscusso dell’estinta razza dei Mandaloriani i guerrieri contro cui persino i Jedi, millenni
orsono, fecero fatica a resistere.
– Uccidete questa nullità!! –
Ma i Jedi vinsero.
I Gamorreani scattarono verso di me, caricando a testa bassa e con le Vibro-Asce attivate. Il tutto finì in pochi istanti. Le teste dei Gamorreani rotolarono sino ai piedi di Calo mentre lui fissava incredulo la lama rossa della mia Lightsaber che ronzava nell’aria.
– Ti ho detto, volente o nolente. – Una piccola rivincita personale, per la prima volta vidi negli occhi di Calo il vero egoismo, orientato verso la sua stessa vita.
– Chi sei Grant? –
– Chi sono? Devi lasciarmi andare se vuoi una risposta – Calo era furente, con una velocità straordinaria fece uno scatto indietro verso la sua navetta e contemporaneamente estrasse due blaster aprendo il fuoco contro di me. Mi abbassai
il più possibile mentre deviavo uno dei suoi colpi che preventivamente era stato sparato verso il basso, Calo aveva già previsto la mia mossa. Scattai in avanti per raggiungerlo ma la seconda raffica di blaster mi costrinse a parare e schivare verso destra.
– Non riuscirai nemmeno ad avvicinarti! – Mi urlò contro il Mandaloriano.
– Non ne avrò bisogno…..-
La terza raffica fù anche l’ultima. Mi concentrai come ero capace un tempo e prima ancora che i blaster fossero sparati sapevo già la loro traiettoria e come respingerli. Degli otto colpi che deviai 5 colpirono Calo.
Dolorante ma ancora vivo Calo Nord mi guardava con uno strano sorriso sul volto.
– E’ proprio vero, voi Jedi siete dei guerrieri perfetti –
– Io non sono uno Jedi, sono solo un uomo qualunque con una spada laser in cerca di risposte –
Calo si mise a ridere poi svenne.
Prima di decollare con la sua navetta lanciai il segnale di SOS medico, i droidi sarebbero arrivati in un paio di minuti e poi una volta nello spazio aperto impostai l’iperguida verso un pianeta che credevo non avrei mai più rivisto.
Coruscant.


Deadly bullets

luglio 11, 2006

La scintilla del mio Zippo scocca nella stanza in penombra, seguita dalla regolare fiamma che si mette ad illuminare la scena. La ragazza è in piedi davanti a me, quest’omone grande e grosso accasciato al muro come un sacco.
Mamma mia come ti riducono le donne.
La P38 della dolcezza è ancora puntata pericolosamente verso il mio fegato, già un colpo è stato duro da digerire, due sarebbero pesanti per chiunque.
Vi starete chiedendo come ci sia finito in questa bella situazione, vero? Semplice, perchè sono un irrimediabile ficcanaso che non guarda in faccia a nessuno, e soprattutto perchè non so dire di no ad una bella donna.
Avvicino lo Zippo alla sigaretta e la stimolo con la fiamma, un bel respiro ed ecco che il carburante delle multinazionali del tabacco mi riempie i polmoni, se ne sta un po’ li a rigirare su se stesso e poi fuoriesce dall’ingresso accompagnato da tre bei colpi di tosse.
– Non sai fumare –
donne…pensano di sapere sempre tutto.
– Si forse hai ragione, ma sai com’è, nello stato cagionevole di salute in cui mi trovo, fumarmi una sigaretta non peggiorerà certo le cose, anzi se avessi anche un goccetto….-
– Finiscila! –
e quando te lo dice una donna incazzata che ti ha appena sparato, di solito la smetti.
– Mi hai mentito! Mi hai mentito! Su tutto, tutto quanto! – Urla e punta il suo sputapiombo. Non so da quale delle due bocche escano le pallottole più mortali.
– Io mi fidavo, ero convinta che alla fine sarebbe andata come dicevi tu… –
– Non è colpa mia se vuoi avere sempre ragione – Biascico senza neanche accorgermene.
Ma è una pessima idea fare il sarcastico in questo momento. Altri colpi di tosse seguono la seconda aspirata di nicotina.
Lei è furente, si avvicina, mi appoggia delicatamente la P38 sotto alla masciella.
– Credi che scherzo? Credi che io stia scherzando!?! –
No. Ma quello che ha risposto adesso è il mio fegato.
– Credo che tu voglia dimostrarmi quanto vali, vero? E allora avanti! Vediamo cosa sai fare! –
Bravissimo…ma complimenti, istigala pure, intanto chi se ne frega?
Lei si alza, ha lo sguardo malinconico, i suoi occhi dorati mi trapassano la retina e scrutano dentro il mio cervello. Chissà che disordine. Poi arma il cane.
– Ti amo. –
E così dicendo le pallottole mortali raggiungono il cuore.